Vita su un pianeta nervoso: come restare a galla in un mondo iperconnesso?

Inspira…Espira…
Relax, take your time (con relativa canzone di sottofondo )

Di questi tempi, così pieni di notizie, foto, social, eventi, mi capita sempre più spesso di sentirmi sull’orlo di una crisi di nervi. La sensazione è quella di non farcela a star dietro a tutto, per quanto si corra sempre da un punto ad un altro. Si cerca di fare tutto e spesso non si riesce a fare bene niente.

Il mondo che viviamo è un mondo iperconnesso, ipertecnologico, abbastanza impegnativo e sicuramente anche spietato. Ci impone standard assurdi di bellezza, forma fisica, istruzione, tempo libero. Basta farsi un giro su Instagram: una qualunque foto di cibo fa sembrare le tue pennette col pesto cibo da cani; ragazze/i così belli e perfetti che quasi quasi in spiaggia andresti col burkini fingendoti musulmana; foto di viaggi così pazzeschi che localizzarti nel tuo modestissimo lido a Marina di Ragusa sembra quasi un insulto; lavori così assurdamente soddisfacenti che ma cosa ho studiato a fare. E così via, si potrebbe continuare all’infinito.

E’ una verità incontrovertibile che la tecnologia ci ha stravolto la vita in modi di cui nemmeno ci rendiamo conto. Io sono nata a fine anni ’80 e ho vissuto in pieno questo stravolgimento. ho usato il floppy disk e le poi le chiavi usb. Ho mandato messaggi dalle cabine telefoniche e ora cambio smartphone ogni due anni. Ho aspettato che mia madre finisse di parlare al telefono per usare internet e ora mi spazientisco se il browser non è reattivo in 10 secondi. Eccetera.

Nonostante mantenga viva la mia passione per la carta stampata, ho un Kindle. Nonostante io sappia quanto sia importante socializzare e mantenere i rapporti sociali, a intervalli regolari controllo i profili social. Anche a me capita spesso di alzare lo sguardo e vedere che tutti i miei amici al tavolo, me compresa, hanno lo sguardo rapito dallo schermo del telefono.

E in questo mondo che ci bombarda di standard irraggiungibili di perfezione, abbiamo anche un sovraccarico di informazioni, che da un lato ci permette di conoscere di più di tutto, dall’altro ci fa perdere il focus di quello che ci accade sotto il naso. A questo si aggiungono anche le pressioni sociali, che sono sempre quelle:
– Quando ti laurei?
– Quando ti trovi un lavoro vero?
– Quando ti sposi?
– Quando fai figli?
– Quando metterai la testa a posto? (Ma al posto di chi poi?)

Ecco quindi che sempre più persone si sentono inadeguate, infelici, disorientate, angosciate. E via con le depressioni, le crisi di panico, le crisi mistiche, i sensi di colpa, il senso di inadeguatezza, e chi più ne ha più ne metta. Poi magari parli con qualcuno più grande di te che critica questi tuoi stati d’ansia perché non sai cos’è la gavetta, la fame, la guerra e chi più ne ha più ne metta bis. Così ci si sveglia una mattina e ci si sente prigionieri di se stessi

E’ di questo profondo senso di angoscia che parla il libro che voglio consigliare oggi.

Quando, negli anni Novanta, lo slogan di Microsoft ci chiedeva: “Dove vuoi andare oggi?” si trattava di una domanda retorica. Nell’era digitale, la risposta è “Ovunque”. L’ansia, per citare il filosofo Soren Kirkegaard, può essere “la vertigine della libertà “, ma tutta questa libertà di scelta è un miracolo.
Eppure, nonostante le scelte siano infinite, le nostre esistenze si svolgono su un arco temporale finito. Non possiamo vivere ogni vita. Non possiamo guardare ogni film o leggere ogni libro o visitare ogni luogo di questa bellissima terra. Invece di lasciarci bloccare da questa evidenza, dobbiamo rivedere le scelte che abbiamo davanti. Scoprire cosa va bene per noi e lasciar perdere il resto. Non è necessario un altro mondo. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è già qui, se smettiamo di credere di aver bisogno di tutto.

“Vita su un pianeta nervoso” di Matt Haig, edizioni e/o, non è un romanzo. E non è un saggio. Io l’ho recepito come un manuale, delle istruzioni per l’uso della vita moderna secondo il personalissimo punto di vista dell’autore. Uno dunque può rispecchiarsi o meno, è una lettura molto soggettiva. Personalmente l’ho trovato illuminante. L’ho letto tutto d’un fiato e mi ha confortata e aiutata in un momento di grande cambiamento per me.
E’ formato da diciotto capitoli a loro volta suddivisi in piccoli paragrafi. Non seguono un rigido ordine cronologico, quindi la lettura può anche essere non lineare. Lo si può divorare tutto d’un fiato (come ho fatto io) oppure lo si può tenere sul comodino per leggere un pensiero al giorno, prima di andare a dormire. Haig parte dalla sua esperienza personale di persona che ha sofferto di attacchi di panico, per raccontare le sue idee sulla possibile risoluzione di questi problemi. Sono le sue idee, le sue opinioni, e questa soggettività rende il libro molto delicato, poco pedante, e molto poco “manuale”.

Nei vari capitoli si snodano dunque sia aneddoti della vita quotidiana e del passato dell’autore, che lo umanizzano e lo rendono “amico” , sia considerazioni sulla vita moderna, e sulle conseguenze che può provocare un abuso di questa modernità. Quali sono i pro e contro di questa modernità? Come sarebbe abbandonare del tutto i social all’improvviso? Come superare un momento difficile? Come reggere il sovraccarico di informazioni?

Matt Haig cerca di rispondere a queste ed altre domande. Che se ci pensate bene, quale essere umano con un briciolo di coscienza non si pone quotidianamente le stesse? Sfido chiunque a non aver mai avvertito in questi ultimi tempi un sovraccarico emotivo. A non essersi mai trovato in una stanza piena di gente sentendosi solo. A non aver mai scattato una foto sorridente solo per dare un’immagine di se e poi tornare a poltrire a letto immusonito.

Io personalmente mi sto impegnando a superare questo stress da iper- tecnologia, e le mie soluzioni sono quanto di più semplice ci sia. Provate con me:

  • Impariamo a riposare senza schermi e anche senza libri. Spendiamo 10 minuti al giorno distesi ad osservare il soffitto e pensare. O a non pensare. A vegetare.
  • Almeno per il tempo speso in palestra, cerchiamo di fare a meno del cellulare. Che impressione mi fanno quelle persone che fingono di allenarsi e nel frattempo messaggiano. Se nei 45 minuti dell’allenamento ci arriva il messaggio della vita, aspetterà.
  • Passeggiamo. Camminiamo. Esploriamo. Sono sicura che conosciamo molto meno di quanto pensiamo il posto in cui viviamo. Giochiamo a perderci tra le strade della nostra città, magari in compagnia, per condividere conoscenze e coscienze (solo due giorni fa ho scoperto un angolino sconosciuto del mio paese che credevo di conoscere benissimo, grazie ad un compagno di strada).
  • Non lasciamoci fermare dal brutto tempo. E’ bello bagnarsi un po’ sotto la pioggia (senza rischiare una polmonite).
  • Quando andiamo al mare, o in montagna, o in campagna… quando ci immergiamo nella natura, godiamocela così com’è. Stacchiamo la connessione dati, e al massimo, se proprio dobbiamo, usiamo il telefono come macchina fotografica.
  • I concerti vanno goduti. Non sprechiamoli guardandoli attraverso uno schermo. I video faranno schifo, non li rivedremo mai più, e avremo perso un bel momento.
  • Impariamo a goderci la noia, non bisogna sempre avere qualcosa da fare.
  • Se mentre siamo al tavolo con gli amici parliamo al telefono con altri amici, e quando siamo a casa parliamo al telefono con gli amici del tavolo di prima, non staremo sbagliando qualcosa?

    Insomma, io riesco a mettere a frutto questi miei consigli? Non sempre. A volte spreco pomeriggi interi a scrollare la home page di Instagram, però ci sto provando, perché sono fermamente convinta che ci stiamo perdendo il meglio della nostra vita mentre guardiamo quella degli altri.



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