La Sicilia all'Esselunga (quando si dice che i libri sono un nutrimento…)

Da quando vivo da sola al Nord ho un sacco di tempo da dedicare a me stessa. Fare la spesa è una di quelle attività che considero terapeutiche. Io adoro il supermercato, i mercati, i mercatini, le bancarelle. E amo l’Esselunga, tra i cui scaffali mi perdo per ore nemmeno fossi al luna park (certo, la frutta e la verdura sono lucide e ordinate come se fossero gioielli ma vabbè, nessuno è perfetto). L’altra sera ero un po’ annoiata e giù di morale. Una di quelle giornate che inizia uggiosa e finisce così, senza senso. Avevo il frigorifero vuoto, e dunque decido di prendere la bici e andare all’Esselunga. Indossata la mia tenuta casalinga da annoiata per mestiere, vado.

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Giunta all’Esselunga capito nel reparto libri. E li avviene che invece di fare spesa di cibo faccio spesa letteraria. Campeggiava in prima linea il romanzo di Stefania Auci, “I Leoni di Sicilia”, che mi ero ripromessa di leggere da tempo. Sconto del 15% sul prezzo di copertina. Cos’altro mi restava da fare? Avevo temporeggiato fin’ora perché, come ho scritto anche nello scorso articolo sul romanzo della Ferrante, ho uno stupido pregiudizio nei confronti dei romanzi osannati da tutti. Però nella scelta dei libri io sono molto istintiva, al contrario di come sono nella vita quotidiana, in cui sono cervellotica e riflessiva fino allo stordimento. Dunque lì, nel bel mezzo del supermercato, apro la copertina, leggo la trama e mi viene la pelle d’oca dal cuoio capelluto alla punta dei piedi e qui mi fermo!

Bene, prendo il libro e vado in cassa con la ricetta per una seratina niente male. Un buon vino bianco e una vaschetta di sushi. Si, anche io da quando sto a Milano mi sono ammalata di sushite, lo confesso!

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“I Leoni di Sicilia” di Stefania Auci è alla sua 14esima riedizione. Sarebbe il primo volume di una saga familiare che racconta le vicende della famiglia Florio, una delle famiglie più famose in Sicilia tra XIX e XX secolo. Credo che chiunque abbia sentito parlare della “targa Florio”, la famosa corsa di macchine d’epoca. Ecco, quei Florio lì.

Devo dire che, nonostante avessi sentito parlare della famiglia Florio sopratutto per quel che riguarda gli acquisti nelle zone di Marsala, non conoscevo a fondo la loro storia familiare.
Il romanzo racconta la storia di Paolo e Ignazio Florio che, piccoli commercianti originari di Bagnara Calabra, si spostano a Palermo per gestire un’aromateria, cioè un’antica erboristeria. Siamo nel 1799, il sud Italia e la Sicilia vedono l’ultimo secolo scarso di dominazione Borbonica prima dell’Unità d’Italia. I commerci di spezie sono i più redditizi, anche perché la medicina dell’epoca faceva molto affidamento su alcune di queste polveri, una tra tutte il cortice peruviano che era un forte ed efficace antipiretico. I due fratelli Florio arrivano a Palermo con “le pezze ai pantaloni” (per dirla elegantemente) e con tenacia, fatica e grande intelligenza riescono a creare un impero commerciale. La narrazione delle vicende familiari arriva fino alla fine della seconda generazione dei Florio, quando a gestire gli affari di famiglia è il figlio di Paolo, Vincenzo. Il romanzo è strutturato come una cronaca, quindi una narrazione scarna, senza troppi fronzoli, eppure riesce ad arrivare dritta al cuore. Ogni capitolo è introdotto da una pagina di sintesi storica, per guidare il lettore all’interno dell’intricatissima storia della Sicilia del secolo scorso. In più ogni capitolo è introdotto da una massima o un proverbio siciliano.

Ecco, io devo confessare che ADORO le saghe familiari. Amo conoscere i personaggi e accompagnarli dalla nascita alla morte, e amo quella sensazione dolce amara che mi prende leggendoli crescere, invecchiare e poi morire, e leggere poi come la loro azione e la loro memoria vivrà nell’attività dei figli e dei nipoti. Mi colpisce sempre il tema “tratto da una storia vera”, e riesco veramente ad immedesimarmi nelle vicende. Inoltre questo oltre ad essere un romanzo familiare è anche un romanzo storico, e fa luce , seppur dal punto di vista economico-commerciale, su un periodo che non si studia poi molto a scuola.

I protagonisti sono uomini forti, con un sogno febbrile di ricchezza e grandezza che perseguono a tutti i costi. L’autrice inoltre, raccontando delle loro vicende personali, fa luce su una società che risentiva ancora di strutture fortemente patriarcali: matrimoni combinati e infelici, matrimoni d’amore sfortunati, l’ansia di avere un figlio maschio per salvaguardare l'”eredità”. Le figure femminili sono così vivide, e così importanti, nonostante fossero relegate alla gestione della casa e della famiglia. Anzi, proprio per questo motivo la loro voce si alzava più forte per guadagnarsi il rispetto che si meritavano. Per guadagnarsi il diritto di essere ascoltate.

Sarà la distanza, sarà la nostalgia, ma in questi personaggi così orgogliosi e forti, in queste donne così “potenti” e protettive, in questi uomini che non si concedono di soffrire e non sanno come esprimere l’amore a parole io rivedo tanto dei membri della mia famiglia. Dei miei nonni e delle mie nonne siciliani doc, e capisco anche quanto la società sia cambiata e rimasta allo stesso tempo uguale ad un passato non tanto lontano.

Sullo sfondo c’è Palermo. Anzi, non sullo sfondo: tra i protagonisti c’è Palermo. Una città ricca, bellissima, dove natura e architettura lasciano a bocca aperta. Ma è anche una città sporca, ipocrita, e crudele. Dietro il portone di una casa nobiliare nasconde la decadenza, dietro l’ostruzionismo nasconde l’invidia. E’ una Palermo dove i poveri muoiono di fame e malattie e i nobili lottano con le unghie e con i denti per restare abbarbicati ai loro privilegi feudali. A scapito di salute, ricchezze e della loro stessa vita. Una città esigente e complicata, che esercita nel lettore un fascino e un disgusto unico al mondo.

Per concludere, assolutamente consiglio la lettura, che per me è stata scorrevolissima. Non fatevi dunque spaventare dalle 450 pagine, vi innamorerete anche voi delle vicende di questa famiglia straordinaria e controversa.

Condivido con voi la prima cosa che ho letto appena aperto il libro, un detto siciliano che introduce il Prologo e che mi è sembrato quasi un richiamo soprannaturale per me e per tutti quelli che vivono la mia situazione, che sono partiti per necessità lavorative:
Cu nesci, arrinesci.
“Chi esce, riesce.”

Buona lettura a tutti!

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