Il Buio oltre la Siepe: quasi tutti sono simpatici, quando si riesce a capirli.

Ci sono alcuni libri che rientrano tra i classici della letteratura mondiale, di cui tutti hanno sentito parlare. Tra questi uno dei più noti è sicuramente “Il buio oltre la siepe” dell’americana Harper Lee. In queste settimane di isolamento e reclusione, in cui tutti noi riscopriamo passioni sopite o coltiviamo interessi accantonati da tempo, non è certo una novità per me la lettura.

Mi sono ripromessa però di recuperare qualche classico che fin’ora avevo trascurato, e il capolavoro di Harper Lee, edito da Feltrinelli già nel 1960, che le valse un premio Pulitzer lo stesso anno di pubblicazione, era tra questi.

Non so come mai fin’ora non avevo mai pensato di leggerlo, nonostante sia famosissimo e straconsigliato. Fatto sta che l’avevo sottovalutato. La storia è molto semplice. Ovunque cerchiate notizie sulla trama di questo romanzo, troverete riferimenti chiari al fatto che sia un romanzo-denuncia della segregazione razziale patita dagli afroamericani negli stati del sud degli USA nella prima metà del Novecento.

La narratrice e protagonista del romanzo è la piccola Jean-Louise Finch, figlia dell’avvocato di paese Atticus Finch, che viene assegnato d’ufficio alla difesa di Tom Robinson, un afroamericano accusato di aver stuprato una ragazza bianca.

L’originalità e la potenza di questo romanzo è che il lettore vive la vicenda attraverso gli occhi da bambina di Scout, soprannome di Jean-Louise, e dunque ci si immerge nel mondo semplice e al contempo complesso dei fratelli Finch. La vicenda principale del romanzo, che sostiene il tema di fondo, quello del razzismo, è smorzata, quasi lasciata in secondo piano, ma proprio per questo motivo colpisce in modo più incisivo. Non viene sbandierata ma vissuta attraverso gli occhi e le orecchie di questi bambini, e perciò resa in modo fortemente realistico.

Tutto il romanzo è un percorso nella graduale crescita e nella presa di coscienza, da parte di Scout e suo fratello Jem, della statura morale del loro padre, chiamato da loro per nome, Atticus, con atteggiamento molto disinvolto. I due bambini sono orfani di madre e vengono cresciuti dal padre, che cerca di trasmettergli i suoi valori improntati alla cultura, alla civiltà e al profondo senso civico e morale:

“il coraggio è quando lotti sapendo che hai già perso

Accanto a lui, l’altra figura forte e carismatica è la cuoca e domestica Calpurnia, una donna di colore che impartisce a Scout quel minimo di disciplina richiesta ad una bambina. Gli effetti di questa educazione sono poco evidenti, visto che la prima parte del romanzo è tutta incentrata sulla vita spensierata e ribelle di Scout, che fa a botte con i compagni di scuola maschi, che porta i pantaloni e si rifiuta di fare la “signorina” e che passa le estati con il fratello Jem e il “promesso sposo” Dill a pianificare azioni di disturbo a carico del loro vicino di casa, Arthur Radley, detto Boo. Boo Radley è l’altro grande protagonista di questa storia, ed è un protagonista atipico, perché non compare quasi mai (e non svelo il “quasi” per non rovinare nulla a chi vorrà leggerlo). E’ un uomo che vive recluso in casa e come tale è bersaglio delle supposizioni dei bambini Finch e delle loro prove di coraggio.

La vicenda del processo a Tom Robinson si svolge invece nella seconda parte del romanzo, e segna il momento della crescita e della disillusione di Scout e suo fratello, che fanno i conti con la ristrettezza mentale e morale di una società che condanna un essere umano per la sola colpa di essere nato nero.

E’ un bellissimo romanzo, con temi di fondo profondi e importanti, che spinge a riflettere sulla forza negativa dei pregiudizi e sul coraggio che ci vuole a superarli, soprattutto quando sono supportati da un’intera società. Insegna a comportarsi secondo morale a prescindere dalle conseguenze e a lottare per le giuste cause, anche quando sono cause perse.

“prima di vivere con gli altri, bisogna che viva con me stesso:
la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza

Una piccola ed interessante chicca linguistica:

Prima ancora di pensare di leggere “Il buio oltre la siepe”, ne avevo sentito parlare a proposito della scelta dei traduttori italiani per il titolo. Infatti il titolo originale è totalmente diverso: “To kill a mockinbird”, che letteralmente sarebbe “Uccidere un passero, un usignolo”. Il problema principale fu nella resa della parola mockinbird: essa, infatti, indica una razza di uccello, il mimus polyglottos che viene detto tordo sbeffeggiatore, perchè riesce con il suo canto ad imitare il verso degli altri uccelli.

Qual era dunque il problema nella traduzione del titolo? Il mimus è un uccello che vive negli Stati Uniti e in Canada, non è tipico delle nostre terre, quindi non c’è un nome italiano per questa razza di uccelli. Qualcuno propone usignolo, altri passero, ma non c’è un nome preciso. I traduttori dunque decidono di cambiare completamente il titolo, scegliendo “Il buio oltre la siepe”, che allude al pregiudizio nei confronti di ciò che non si conosce.

E ora arriviamo all’aneddoto divertente: come mi sono imbattuta in questa storia di traduzioni?

Un giorno che guardavo una puntata dei Simpson, “Il cuore arpionato”, quella in cui Marge scrive un libro poco lusinghiero nei confronti di Homer, ho fatto caso che in una scena Homer esclamava: “Avevo giurato di non leggere mai più un libro da quando lessi “La capanna dello zio Tom” e non mi ha insegnato per niente come costruire una capanna!!!”.

Mi sono incuriosita e sono andata a vedere com’era la versione originale, scoprendo che nella versione in inglese il romanzo a cui faceva riferimento Homer era “To kill a mockinbird”, cioè “Il buio oltre la siepe”. I doppiatori italiani hanno dovuto cambiare del tutto la battuta, e io ho scoperto così questa chicca linguistica!

Per concludere con i riferimenti nella cultura pop a “Il buio oltre la siepe”, il Mockinbird è l’uccello simbolo della trilogia distopica “Hunger Games”. In questo caso, i traduttori hanno coniato il nome “ghiandaia imitatrice”.

Vi lascio con una citazione tra le mie preferite:

Atticus aveva ragione. Una volta aveva detto che non si conosce realmente un uomo se non ci si mette nei sui panni e non ci si va a spasso.”

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