(Ben)venuto al mondo- l’importanza del tempismo nella lettura. E non solo.

Circa una decina di anni fa, mia madre si è rotta il malleolo. Mia madre, chi la conosce sorriderà tra se, è una specie di alieno che racchiude nella sua forma umana l’energia di una supernova pronta ad esplodere. Ho passato la gran parte della mia vita in una casa con i mobili che ruotavano la loro posizione nelle stanze e tra i piani, i muri che cambiavano colore circa una volta l’anno, gli oggetti mai nello stesso posto.

“Tenete d’occhio le scale, a loro piace cambiare!”

Tipo come ad Hogwarts.

Costretta a letto dalla frattura, va da se che per un periodo dovette cambiare le sue abitudini e una nostra cugina le regalò un libro: Venuto al mondo, di Margaret Mazzantini.

Io, allora ventenne, reduce dalla lettura di “Non ti muovere”, sempre della Mazzantini, decisi di non affrontare questo nuovo libro, e lo lasciai a mia madre. Erano i miei anni universitari e le mie passioni di allora oscillavano tra gli urban fantasy e cose tipo Twilight (ognuno ha i suoi scheletri libreschi nell’armadio). E comunque non si può sempre leggere impegnato, mi batto per questo diritto!

Tornando a mia madre allettata, tralasciando il fatto che alla fine lei trovò il modo di continuare a pulire appendendo uno straccio alla stampella, arriviamo ad oggi. Complice la quarantena, la noia, lo stress, mia sorella che mi ha sequestrato il Kindle per leggere tutto Harry Potter nella nuova traduzione (e non sia mai che io impedisca l’ingresso di nuovi adepti alla setta potteriana), sistemando la libreria mi cade l’occhio su “Venuto al mondo” e decido di leggerlo. Non l’avessi mai fatto, dicono le mie unghie selvaggiamente smangiucchiate.

La protagonista e narratrice della vicenda è Gemma, donna di mezza età dal passato tormentato, che parte assieme al figlio adolescente Pietro per un viaggio della memoria nella ex Jugoslavia, tra la Croazia e Sarajevo, per rincontrare un amico di vecchia data, Gojko, con la scusa di visitare una mostra fotografica in cui verranno esposte le foto di Diego, il suo grande amore. La narrazione procede tra flashback e flashforward, tra il racconto dell’amore tra Diego e Gemma e il racconto di questo viaggio nel presente, alla scoperta delle radici di Pietro, che è nato proprio a Sarajevo.

Il tema centrale di questo libro apparentemente è l’amore: tra Diego, fotografo di pozzanghere, e Gemma, trentenne un po’ disorientata e confusa. Si incontrano proprio a Sarajevo, durante le Olimpiadi del 1984, pochi anni prima della guerra e da quell’incontro scaturisce una storia fatta di alti e bassi, di imperfezioni e meraviglia, di sentimenti travolgenti e a tratti imbarazzanti che tuttavia scatenano nel lettore una strana nostalgia, la malinconia di voler vivere un amore così, almeno una volta nella vita. Ho detto che il tema centrale è solo “apparentemente” l’amore, perché esso passa in secondo piano di fronte all’altro grande tema trattato: la maternità. Una maternità negata, voluta, inseguita, mortificata. La lotta contro tutto e tutti pur di ottenere il privilegio di dare la vita a qualcun’altro, un privilegio che nemmeno ci si rende conto di volere finché non ci si para davanti la possibilità di ottenerlo.

E quindi seguiamo con il fiato sospeso l’epopea moderna di Gemma, la sua lotta contro il suo corpo, contro la scienza, la biologia, il calcolo delle probabilità. Perché lei vuole più di ogni altra cosa essere madre di un bambino che assomigli a Diego, che abbia le sue stesse gambe lunghe e magre, e la sua stessa nuca.

Sullo sfondo di questa storia d’amore e maternità, si staglia la tragedia della guerra in Jugoslavia, con la crudeltà tipica di tutte le guerre, che forse fa più male perché è stata così vicina a noi da sfiorarci, eppure non tanto vicina da interessarci. Quanti di noi l’hanno studiata a scuola? Quanti conoscono gli orrori che questa guerra fratricida ha commesso e gli strascichi che si porta dietro? Eppure questi popoli sono ad un braccio di mare da noi…

Venuto al Mondo è un romanzo, ma ha un sottofondo storico. Non c’è presa di posizione o condanna, se non quella morale di chi ha vissuto quell’incubo che è stato l’assedio di Sarajevo. Quindi la storia di Gemma, di Diego, di Gojko e di tutti gli altri personaggi che impariamo ad amare tra le pagine di questo libro prende vita in modo ancora più violento, sbucano fuori dalle righe del testo assieme ai colpi di mortaio, agli spari dei cecchini, alle granate, alle rose di Sarajevo.

Sui marciapiedi di Sarajevo ci sono ancora i segni dei mortai,
e quelli che hanno causato vittime sono ricoperti di smalto rosso:
le rose di Sarajevo

Margaret Mazzantini ha uno stile di scrittura ben definito e riconoscibile. In casi come questo, in cui l’autore ha un suo marchio di fabbrica e si fa riconoscere, o lo si ama o lo si odia, non possono esserci mezze misure o neutralità. Io non mi sento di pronunciarmi in tal senso, tuttavia. Ho letto solo “Non ti muovere”, da ragazzina, e mi ricordo il senso di disagio e sofferenza più che il piacere della storia. Ho letto “Venuto al mondo” ora, a 31 anni, e l’ho amato e odiato. Ho pianto, ho mangiato le unghie fino alla carne, ho posato il libro sul comodino per dormire e dopo mezz’ora a rigirarmi nel letto, ho riacceso la luce e l’ho letto fino a notte fonda, finché gli occhi non gridavano pietà.

Mi sono immedesimata in Gemma. La sua storia, il suo amore, è crudo, è crudele, è romantico, è reale. Ma ciò che mi ha più di tutto scombussolata è l’altro grande tema, la ricerca disperata della maternità.

Non lo condivido in senso lato, ma sono felice di aver atteso di avere questa età per leggerlo perché sono riuscita a vivere alcune delle emozioni legate al desiderio di mettere al mondo una vita. O meglio, al desiderio di poterlo fare, quando se ne presenterà l’occasione. Cerco di spiegarmi meglio. Gemma è una donna di 30 anni che incontra l’amore della sua vita e scopre che per lei non sarà così semplice avere un figlio. Questo non è il mio caso ma, complice l’età in comune, un certo grado di immedesimazione e la metacognizione a cui ci ha costretto questo periodo di quarantena forzata, mi sono trovata a scavarmi dentro e tirar fuori alcuni interrogativi esistenziali sulla mia condizione di donna

Avrò mai figli? Desidererò mai averne? Se si, potrò averne?

Avrò mai la stabilità emotiva ed economica per averne? Vivrò mai un amore così travolgente? E se si, soffrirò? Ne varrà la pena?

Insomma, questo libro ha aperto in me un vero e proprio vaso di pandora fatto di paure, pregiudizi, riflessioni, autoconvinzioni, clichè e preconcetti.

La verità è che, a 31 anni, ancora no so cosa mi aspetta dietro l’angolo. E ben venga. Se potessi scegliere, sono ancora nella fase in cui preferirei amare disperatamente piuttosto che affezionarmi dolcemente. Certo che noi donne abbiamo per natura la possibilità di svolgere un compito così più grande di noi, che spesso non ce ne rendiamo conto. E forse è meglio vivere questa possibilità inconsapevolmente, perché a volte riflettere troppo è controproducente.

In definitiva, consiglio la lettura di questo libro? Assolutamente si. Preparate i fazzoletti e i libri di storia, che certe cose bisogna saperle, conoscerle bene per riconoscerle ed evitarle nel momento in cui cercheranno di ripresentarsi, visto che la storia è fatta di corsi e ricorsi.

Preparatevi ad innamorarvi anche voi, ad odiare, a ridere e a piangere che, in fondo, se un libro non ci porta con sé in un viaggio del genere, che cosa leggiamo a fare?

ps. Dal libro è stato tratto un film, con Emile Hirsh e Penelope Cruz. Non l’ho ancora visto, e non so se lo farò, perché i personaggi nella mia mente li avevo immaginati in tutt’altro modo…Il regista, come per Non ti Muovere, è Sergio Castellitto, che per chi non lo sapesse è il marito di Margaret Mazzantini. Che coppia!

Un pensiero riguardo “(Ben)venuto al mondo- l’importanza del tempismo nella lettura. E non solo.”

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